«Il pubblico ha diritto all’arte. L’arte è per tutti». È la frase che racchiude la convinzione più radicale e insieme più semplice di Keith Haring: sottrarre l’arte all’idea di uno spazio esclusivo, riportarla nella strada, farla incontrare con le persone, trasformarla in un linguaggio capace di parlare a tutti. È da questa idea che prende forma la grande mostra Keith Haring, aperta dal 6 ottobre 2026 all’11 aprile 2027 al Museo di Roma a Palazzo Braschi, con oltre 140 opere e materiali provenienti eccezionalmente dalla Nakamura Keith Haring Collection, la più importante raccolta al mondo dedicata all’artista, affiancati da prestiti pubblici e privati.

Keith Haring
Icons / Icone
1990
Serigrafia su carta con goffratura
53,5 × 63,5 cm
© Keith Haring Foundation
Courtesy of Nakamura Keith Haring Collection
Curata da Kaoru Yanase, Ilaria Miarelli Mariani e Claudio Zambianchi – promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura e al Coordinamento delle iniziative riconducibili alla Giornata della Memoria, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, coprodotta e organizzata da Sovrintendenza Capitolina e MondoMostre, con il supporto di Zètema Progetto Cultura – l’esposizione non si limita a mettere in fila le immagini che hanno trasformato Haring in un’icona della cultura contemporanea. Il suo obiettivo è più ambizioso: ricostruire la traiettoria di un artista capace, in poco più di un decennio di attività, di trasformare un segno elementare in un alfabeto universale e di fare della relazione con il pubblico una parte integrante dell’opera. Il percorso attraversa tecniche, luoghi e momenti diversi: stampe, disegni, opere su carta, poster, sculture, i celebri Subway Drawings, i pannelli realizzati a spray, oggetti quotidiani trasformati in opere. È una varietà che restituisce la natura irriducibilmente inquieta della ricerca di Haring: un artista che non accetta di stare fermo dentro una sola definizione, perché la sua arte nasce precisamente dal movimento tra strada e museo, cultura popolare e sistema dell’arte, impegno politico e piacere, musica e immagine.

Icons / Icone
1990
Serigrafia su carta con goffratura
53,5 × 63,5 cm
© Keith Haring Foundation
Courtesy of Nakamura Keith Haring Collection
Dall’Italia alle origini del mito
La mostra compie una scelta narrativa particolarmente efficace: invece di accompagnare subito il visitatore nella New York di Haring, parte dall’Italia. È come se il percorso iniziasse dalla traccia che l’artista ha lasciato nel nostro Paese per poi tornare indietro, verso le origini del suo linguaggio. Prima di diventare l’icona internazionale che oggi conosciamo, Haring arriva infatti in Italia e qui costruisce alcuni passaggi importanti della propria storia. Nel 1983 tiene alla Galleria Lucio Amelio di Napoli la sua prima personale italiana e realizza un’opera per Terrae Motus. A Milano interviene nel flagship store Fiorucci. Nel 1984 è a Roma, dove dipinge un murale sulla facciata del Palazzo delle Esposizioni, oggi perduto. E nel 1989, a Pisa, realizza Tuttomondo, destinato a diventare uno dei suoi lavori pubblici più celebri. L’apertura della mostra romana permette così di leggere Haring non soltanto come protagonista della New York degli anni Ottanta, ma come artista che molto presto comprende la dimensione internazionale e pubblica del proprio linguaggio. L’Italia diventa uno dei luoghi nei quali la sua ricerca entra in dialogo con contesti differenti, assumendo ogni volta una forma nuova.

Poster for National Coming Out Day / Manifesto per la Giornata nazionale del Coming Out
101,4 × 76,2 cm
© Keith Haring Foundation
Courtesy of Nakamura Keith Haring Collection
Il miracolo quotidiano della metropolitana
«Il disegno vive di magia», scriveva Haring nel 1978. La frase acquista un significato particolare davanti ai Subway Drawings, forse il nucleo nel quale la sua idea di arte pubblica appare nella forma più pura. Un pannello pubblicitario vuoto della metropolitana di New York diventa una superficie provvisoria. Haring arriva, prende un gessetto bianco e traccia rapidamente figure, corpi, animali, simboli. Il disegno nasce e scompare dentro il flusso della città. Non c’è la distanza protetta della galleria. Non c’è un pubblico che abbia comprato un biglietto per vedere un’opera. Ci sono i passeggeri, il rumore della metropolitana, la fretta, la vita quotidiana. L’opera accade davanti a persone che possono fermarsi, guardarla, ignorarla, fotografarla, discuterne. È qui che la definizione di arte relazionale acquista tutto il suo peso. Haring non concepisce l’opera come qualcosa di separato da chi la guarda: il pubblico è parte dell’esperienza.
La mostra affianca a questa produzione i pannelli dipinti a spray nel 1984 lungo l’autostrada FDR Drive di Manhattan, portando dentro Palazzo Braschi quella dimensione monumentale e urbana che caratterizza una parte fondamentale della sua ricerca. E accanto alle tecniche più note compare anche un oggetto sorprendente: una motocicletta Yamaha dipinta dall’artista durante la sua presenza a Roma nel 1984. Un dettaglio apparentemente marginale che invece racconta bene il modo in cui Haring percepiva il mondo: qualsiasi superficie poteva diventare uno spazio per il segno.

Stefano Fontebasso De Martino
Performance di Keith Haring – Palazzo delle Esposizioni, Roma
1984
Keith Haring artwork © Keith Haring Foundation
Un alfabeto per tutti
Da qui la mostra entra progressivamente nella grammatica visiva di Haring. Il suo universo è popolato da figure che ormai appartengono all’immaginario collettivo: il Bambino Radiante, il Cane, l’Angelo, l’Uomo Alato, i corpi che danzano, i cuori, i televisori, le piramidi. In Icons, la serie del 1990, questi elementi vengono raccolti come se fossero le parole di un linguaggio già compiuto. Haring ha costruito nel corso degli anni un vocabolario immediatamente riconoscibile, nel quale la semplicità non significa povertà, ma possibilità di comunicazione. Il Bambino Radiante può essere letto come nascita, energia, speranza. Il Cane può assumere un significato minaccioso o ironico. Le figure danzanti sembrano celebrare il movimento e la libertà. Il televisore introduce invece la dimensione della comunicazione di massa e della società dello spettacolo.
La forza di questo linguaggio sta nella sua apertura: non richiede necessariamente una preparazione specialistica. È pensato per essere riconosciuto, attraversato, reinterpretato. Ma proprio qui emerge una delle contraddizioni più interessanti dell’opera di Haring. Dietro il segno immediato ci sono temi tutt’altro che semplici.

Makoto Murata
1983
Photo by © Makoto Murata
Keith Haring artwork © Keith Haring Foundation1
Quando il segno diventa una presa di parola
La sezione dedicata all’impegno politico e sociale mostra con particolare chiarezza quanto l’apparente leggerezza del linguaggio di Haring possa diventare uno strumento di denuncia. Free South Africa, Crack Down! e Safe Sex! appartengono a una produzione nella quale il poster diventa una forma di comunicazione pubblica. Haring affronta l’apartheid, il razzismo, la guerra nucleare, la droga, l’AIDS e le emergenze sociali del proprio tempo. «Non credo che l’arte sia propaganda: deve liberare l’anima», diceva nel 1985. La frase chiarisce una posizione importante: l’artista non vuole trasformare il proprio lavoro in un semplice manifesto politico. Vuole piuttosto utilizzare la libertà dell’immagine per aprire uno spazio di consapevolezza.
I suoi oltre cento poster diventano così una sorta di piazza pubblica. Sono immagini destinate a circolare, a essere viste, riprodotte, condivise. L’arte non è più soltanto qualcosa da conservare: è qualcosa che può intervenire nella società. È anche il momento in cui il rapporto fra estetica e responsabilità diventa più evidente. Haring non abbandona mai il proprio stile per affrontare la politica. Sono gli stessi simboli, la stessa linea, la stessa energia a farsi strumento di denuncia.

Keith Haring
Untitled / Senza titolo
1983
Acrilico su tela
228,5 x 1,68 x 3 cm
Museo della Reggia di Caserta
© Keith Haring Foundation
Il corpo, il desiderio, la vita
Dopo la dimensione pubblica e politica, il percorso entra in una zona più fisica e intima con “Radiant Eros – Celebrate Life”. Qui il corpo torna protagonista. Le figure si intrecciano, si sovrappongono, si moltiplicano. Il desiderio è movimento, contatto, energia. Le tavole di Bad Boys e il monumentale Untitled del 1984, realizzati con pigmenti fluorescenti e presentati con luce nera, restituiscono una dimensione dell’opera di Haring legata alla notte, alla musica e alla cultura dei club.
È un passaggio fondamentale perché permette di comprendere come la vitalità del suo segno non sia mai soltanto decorativa. Nel pieno della crisi dell’AIDS, celebrare il corpo e il desiderio significa anche affermare il diritto alla vita, alla libertà, all’identità. La musica entra naturalmente in questo universo. Haring vive in una New York nella quale i club sono luoghi di sperimentazione artistica e sociale, e il suo segno sembra quasi tradurre visivamente il ritmo: linee che si muovono, corpi che ballano, figure che sembrano non poter restare immobili

Icons / Icone
1990
Serigrafia su carta con goffratura
53,5 × 63,5 cm
© Keith Haring Foundation
Courtesy of Nakamura Keith Haring Collection
Dalla notte al simbolo
Il percorso si sposta poi verso una dimensione più simbolica e spirituale. Serpente, Croce, Angelo e Piramide compongono un nuovo vocabolario nel quale Haring mette in dialogo culture e tradizioni differenti. L’interesse per l’arte africana e precolombiana si intreccia con l’iconografia cristiana conosciuta anche durante i suoi soggiorni romani. È un passaggio che allontana ulteriormente Haring dall’immagine dell’artista pop semplicemente interessato alla superficie delle cose. La sua ricerca si confronta con simboli antichi, con la spiritualità, con il rapporto tra vita e morte. La semplicità del segno torna, ma questa volta per interrogare ciò che esiste al di là dell’esperienza immediata.
Il confronto con la morte
È nell’ultima parte della mostra che il percorso raggiunge la sua maggiore intensità emotiva. Apocalypse e Altarpiece: The Life of Christ appartengono alla fase finale della produzione di Haring. Qui il tema della morte non è più una presenza laterale, ma diventa esplicito. In Apocalypse, realizzata in dialogo con il testo di William S. Burroughs, il mondo appare attraversato da un’energia caotica e visionaria. In Altarpiece: The Life of Christ, invece, Haring si confronta direttamente con la tradizione cristiana della pala d’altare, utilizzandola per costruire una riflessione personale sulla fede e sulla trascendenza. Il contrasto è potente: l’artista che aveva cominciato disegnando rapidamente sulla superficie effimera della metropolitana arriva a una forma tradizionalmente legata alla dimensione sacra. È come se il viaggio della mostra, dopo aver attraversato strada, politica, corpo, musica e cultura popolare, tornasse alla domanda più antica: che cosa rimane dell’uomo? Haring morirà nel 1990, a soli 31 anni.

Icons / Icone
1990
Serigrafia su carta con goffratura
53,5 × 63,5 cm
© Keith Haring Foundation
Courtesy of Nakamura Keith Haring Collection
L’arte come dono alla città
È questa traiettoria a rendere particolarmente significativo il progetto di Palazzo Braschi. La mostra non racconta soltanto l’evoluzione stilistica di un artista, ma segue la progressiva espansione del suo concetto di pubblico. Prima ci sono i passeggeri della metropolitana. Poi i visitatori delle gallerie, le persone che incontrano i suoi poster, il pubblico dei club, i bambini, le comunità alle quali dedica le proprie campagne. Infine, una dimensione ancora più ampia: la città. È il senso della riflessione di Massimiliano Smeriglio, assessore alla Cultura e al Coordinamento delle iniziative riconducibili alla Giornata della Memoria di Roma Capitale, quando parla di «conquista della città» o, meglio, di «dono alla città» e definisce l’eredità di Haring anche attraverso le sue «opere di arte relazionale». È un concetto che attraversa tutta la mostra. L’opera pubblica di Haring non è semplicemente un’opera collocata fuori dal museo: è un modo diverso di concepire il rapporto tra artista, spazio e comunità.
Una New York che torna a Palazzo Braschi
Anche l’opening della mostra vuole ricostruire questo universo. Nel cortile di Palazzo Braschi, il DJ set di Corrado Rizza fa rivivere le sonorità del Paradise Garage, il leggendario club newyorkese frequentato e amato da Haring. La musica diventa così parte del racconto, non semplice colonna sonora dell’inaugurazione. Perché per comprendere Haring bisogna anche ricordare il mondo che lo circondava: una New York turbolenta, segnata da violenza, droga e degrado, ma allo stesso tempo attraversata da un’energia creativa straordinaria. È nella strada, nei club, nella musica, nell’hip-hop e nella cultura underground che si forma una parte essenziale del suo immaginario. Un mondo pre-digitale nel quale le idee viaggiano soprattutto attraverso la presenza fisica, il passaparola, i manifesti, i muri, i corpi.







